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AUTOPALO + Luca Severino

[Italiano - English text below]

 

Il progetto Glory to Hibees nasce da tre coordinate, o influssi principali: una calcistica, ovvero la squadra dell’Hibernian di Edimburgo, una musicale, ossia la nascita della cultura techno rave degli anni ’90, ed infine una letteraria riferita allo scrittore Irvine Welsh, che più di tutti è riuscito a raccontare gli anni ’90 della città scozzese in quel mix esplosivo di calcio, musica e droga.

Da questa triade abbiamo deciso di estrarre, come componente principale e linea guida, il concetto di rumore. Nel significato che incorpora, sia all’interno della cultura rave, sia all’interno della cultura dello stadio, quel rumore indistinto ai neofiti prende il nome di coro e si unisce per definizione alla danza.

“Còro: dal latino CHORUS, dal greco KHORÓS, ovvero danza in tondo, spesso accompagnata dal canto […]. Dall’idea primitiva di danze a suono di musica ed accompagnate dal canto, la nozione passò poi a significare, specialmente nella antica tragedia e commedia greca, il Canto di più persone riunite. Poi, le stesse persone si raccolsero insieme per cantare, nelle chiese e nei monasteri cristiani, nei luoghi dove si canta durante gli uffici divini. Talvolta, nello stile alto poetico, il senso generico di Adunanza, Moltitudine, Schiera, però detto solamente degli Ordini angelici dei Beati, delle Muse, ecc.”.

Il coro “Ultrà” trova la sua massima realizzazione nella ripetizione ossessiva. Questi cori si compongono generalmente di brevi strofe che, durante i 90 minuti, si susseguono diverse volte, alternandosi o ripetendosi ininterrottamente anche per decine di minuti. L’obbiettivo è quello di sopraffare l’avversario attraverso l’apoteosi della ripetizione, in una sorta di “horror vacui” sonoro.

Il nostro rumore pertanto è il coro da stadio, che si compone dell’atto fisico della danza nella sua accezione più primitiva e dell’adunanza intesa come forma religiosa popolare.

 

DA UNA PROSPETTIVA TECNICA

La nascita della Techno Music si fa risalire ai primi anni 80. Pionieri del genere sono stati Derrick May, Kevin Saunderson, Jeff Mills, senza contare tutti quelli che, pur appartenendo al grande calderone della musica elettronica (è quasi scontato citare i Kraftwerk), utilizzando il mezzo tecnologico e le sue strutture, hanno partecipato alla creazione dello stilema musicale. La sua terra natia si identifica con Detroit, non a caso polo industriale americano per eccellenza ma che, come sempre dagli anni 50 ad oggi, si confronta in una sorta di gara di influenze, passaggi e contaminazioni con il Regno Unito.
Perchè “techno” ? Perché, dopo millenni di musica, per la prima volta l’uomo non si confronta più con un mezzo artigianale di propria produzione, come un flauto o uno strumento di liuteria, bensì con un mezzo tecnologico, artificiale, la cui produzione sonora passa solo ed esclusivamente attraverso condensatori, resistenze e circuiti integrati.
A partire da questo periodo si crea una grande cesura, sia dal punto di vista prettamente filosofico, sia da quello della musicologia. Una domanda che sorgerebbe spontanea e che mi sento di porre, sebbene questa non sia la sede adatta per affrontarla è: quanto l’uomo ha contribuito a creare il genere, e quanto invece è stata la macchina?
Ciò che possiamo per certo affermare  è che le possibilità e i conseguenti limiti hanno creato una nuova espressione musicale che, in prima analisi, non è solo timbrica. La responsabilità di questo cambiamento ricade sulla macchina, sul progettista (primo agente) e in ultima istanza sul musicista (agente finale).
Quello che più ci interessa nell’analizzare i concetti di “coro”, “rumore” e “ripetizione” è la trasposizione tecnologica del concetto di pattern, cioè di schema ripetitivo, vincolante e inevitabile per la tecnologia dell’epoca: la ripetitività ossessiva di schemi ritmici multipli di 8, scanditi dalla pulsazione sui tempi forti.
La macchina. La drum machine, il sintetizzatore, questo permettevano e allo stesso tempo imponevano. La ripetitività quale elemento vitale nella creazione di una qualunque opera musicale si è, per così dire, trovata nel posto giusto e al momento giusto. Il passaggio trans-culturale del mondo della musica club a quello dello stadio è stato assolutamente inevitabile.
Nella creazione di quest’opera mi sono premurato di utilizzare solo ed esclusivamente quelle che sono state, e tuttora sono, le macchine di elezione della musica techno: la Roland 808 e la Roland TB-303.
Tutto ciò, seguendo un iter compositivo dettato più dalla macchina, che dal compositore stesso, ed avvalendomi solo di quelle ristrette, ma per l’epoca eccezionali, possibilità che i pionieri hanno avuto.
“Eat, sleep, rave, repeat”.

[English]

 

Glory to Hibees is a project born from three main coordinates: the first is football, for the Edinburgh team Hibernian; the second is music, as we refer to the birth of Techno Rave culture of the 90s and lastly, a literary one referring to the writer Irvine Welsh, who more than everyone else has described the spirit of the Scottish city in the Nineties, with that explosive mix of football, music and synthetic drugs.

From this triad, we decided to extract, as the main component and guideline, the concept of noise incorporated within both the rave and the stadium cultures, where that noise, unclear to neophytes, develops into a choir and becomes part of the dance.

“Choir: from Latin CHORUS, from Greek KHORÓS, or circle dance often paired with singing […]. From the primitive idea of ​​dance to the sound of music and accompanied by singing it later evolved, especially in the ancient Greek tragedy and comedy, into the song of several people gathered. Then, the same people gathered together to sing: in Christian churches, in monasteries and in those places where people sing during divine offices. Likewise, it sometimes takes in the higher poetic style, receiving the generic meaning of Assembly, Multitude and Crowd; however it is only said of the angelic Orders of the Blessed, of the Muses, etc. “

The Ultras choir finds its maximum realization through obsessive repetition. These choirs generally consist of short verses which, during the 90 minutes, follow one another several times, alternating or repeating themselves continuously even for tens of minutes. The goal is to overcome the opponent through the apotheosis of repetition, in a sort of sonic “horror vacui”.

Therefore, our noise is the stadium choir, which consists of the physical act of dancing in its most primitive meaning and of the meeting meant as a popular religious form.

 

FROM A TECHNICAL PERSPECTIVE

The birth of Techno Music dates back to the early ‘80s. Forerunners of the genre were Derrick May, Kevin Saunderson and Jeff Mills; not to mention all those who, though belonging to the hotchpotch of electronic music (I can’t help naming Kraftwerk), contributed to the creation of the musical style, using technology as a medium. Its cradle is identified with Detroit, the American industrial centre par excellence, not surprisingly: the Motor City has always competed with United Kingdom in a sort of race of influences, passages and contaminations in music since the Fifties.

Why “techno”? Because, after millennia of music, for the first time man was no longer making use of a crafted instrument, such as a flute or a violin, but it had to deal with a technological, artificial medium, whose sound existed through the sole interaction of capacitors, resistors and integrated circuits.

From this period on, we can determine a breaking point, both from a purely philosophical point of view and from that of musicology. A question pops up spontaneously and I wonder (albeit this might not be the right place for doing it): how much did the man contribute to creating the genre, and how much was to ascribe to the machine instead? What we can say for sure is that the possibilities and the consequent limits of the medium have created a new musical expression which, in the first place, is not just a matter of timbre. Responsibility for this change falls upon the machine, the designer (first agent) and ultimately the musician (final agent).

What we are interested in is analysing the concepts of “choir”, “noise” and “repetition”, namely the technological transposition of the concept of pattern: a repetitive, binding and inevitable scheme for the technology of the time, the obsessive repetitiveness of rhythmic patterns in multiples of 8, marked by the pulsation on strong beats. That is what “the machine”, the drum machine and the synthesizer allowed, and at the same time imposed. Repetitiveness as a vital element in the creation of any musical work was reborn, so to speak, in the right place and at the right time. The trans-cultural transition from the world of club music to that of the stadium was absolutely inevitable.

When I first started my part of the project, I made sure to use exclusively what have been and still are, the weapons of choice for techno music: Roland 808 drum machine and Roland TB-303 synthesizer. The second step was a compositional process dictated by the predominance of the machine over the composer and by the limited, though exceptional, possibilities that the pioneers had back then.

“Eat, sleep, rave, repeat”.

AUTOPALO + Luca Severino

[Artists]

WORK

Glory to Hibees [sound piece, 2020]

TI DO LA MIA PAROLA… RUMORE

[Noise, 2020]