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Daniela Cotimbo

«Antropologi di sé possibili, noi siamo tecnici di futuri realizzabili. La scienza è cultura». - Donna Haraway

 

Da un anno a questa parte ho iniziato a dedicare parte delle mie ricerche sulla contemporaneità al misterioso quanto affascinante mondo dell’intelligenza artificiale. Raramente un mezzo, una tecnologia, avevano attratto così tanto la mia attenzione da trasformarsi in un nucleo tematico a sé stante con relativo spazio di riflessione.

Poi è nato Re:Humanism, un premio, un progetto, un modo per mappare esperienze artistiche in quest’ambito ed è stato sorprendente per me capire quanto grande fosse l’urgenza di riflettere sull’avanzamento tecnologico e le sue implicazioni da parte degli artisti.

Credo ci sia più di un motivo se gli algoritmi, questa è la mia parola, stimolano così tanto la riflessione culturale.

Da un lato parliamo di tecnologie che, a partire dalle loro forme più semplici e note, fino a giungere a quelle più complesse ormai abitano lo spazio del nostro quotidiano, trasformandosi di volta in volta in forme di esperienza concreta (si pensi ai social network o agli assistenti vocali, ma anche a come vengono influenzati gli scenari politici, del consenso e dell’informazione).

Dall’altro lato credo che l’AI, a differenza di altre tecnologie, contenga in un nuce una serie di rappresentazioni concettuali proprie dell’essere umano: la volontà di sfidare i propri limiti corporei e la morte stessa replicando sostanzialmente parte di ciò che ci connota come identità prima ancora che corpi.

Poi vi è qualcosa di intrinseco alla natura stessa del mezzo, l’intelligenza artificiale presenta ad oggi spazi di latenza inaccessibili all’essere umano e in tal senso, così vicini all’immagine di una coscienza, entità autonoma e figlia di calcoli matematici e proiezioni visionarie.

Infine è impossibile tenere fuori dalla riflessione, tutti gli aspetti socio-politici che a partire dal potenziamento di queste infrastrutture trasformano l’uomo in un aggregato in dati, numeri, percentuali quantitative e non più qualitative. Il mondo globale diventa così una dimensione convergente che sempre più lascia fuori il particolare, il marginale, il diverso.

Oggi, parlare il proprio linguaggio, approcciarsi al mondo attuale con le sue contraddizioni rappresenta un’urgenza tanto più sentita in tempi di emergenza sanitaria, di crisi ecologica e relazionale come quelli che stiamo affrontando.

Se il distanziamento sociale sembra essere il mantra di chi, a suo modo, ci propone una strada per uscire dalla crisi, ecco che gli algoritmi vengono usati per tracciare le distanze e, in questo senso amplificarle.

Credo in un’altra strada possibile, credo nella capacità degli artisti e di tutti coloro che si approcciano con umile curiosità alle cose del mondo di offrire nuove vie, a partire da quanto esiste che è, non dimentichiamo, comunque il frutto di una forma di espressione umana, volontà di farsi mondo ponendo il limite sempre un po’ più in là.

Così gli algoritmi di intelligenza artificiale, analogamente a quanto avvenuto per le subculture urbane (si pensi proprio alla musica elettronica), divengono spazi di alienazione, universi di hackeraggio del reale, disfunzioni sistemiche in grado di restituire tutta la complessità e la molteplicità dell’essere ed in particolare di tracciare un confine, nella definizione dell’umano che oggi appare sempre più sfumato.

Le immagini e i suoni della macchina fanno eco a nuovi linguaggi, dimensioni oniriche e inconsce che attraversano trasversalmente le nuove generazioni, l’umano e l’alieno diventano un tutt’uno, compartecipi di una realtà artefatta più che artificiale non più esclusivamente appannaggio della natura.

Daniela Cotimbo

[Curator]

"Distrust Nature" - Lorem [GAN-generated images, 2020]

TI DO LA MIA PAROLA… ALGORITMI

[Algorithms, 2020]