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Michele Trimarchi

Da piccoli giocavamo a unire i puntini. Quando l’enigmista era stato bravo ci voleva un po’ di tempo prima che la figura apparisse. Così, si guardavano punti e numeretti sparsi dentro il quadrato, ma non si vedeva l’immagine. La visione emergeva da sé, in effetti era quando riuscivamo a rilassarci che veniva fuori, eloquente e appagante. E la differenza tra finto e vero, tra diretto e riflesso, tra gioco e regola, finiva per sfumare morbidamente.

Da adulti, che la gabbia dello spazio e l’incedere del tempo si siano indeboliti può esser una buona notizia. In tempi di pace un laboratorio dove guardare e vedere si mescolano in continuazione, generando alla fine una visione forte, è Venezia. Luogo surreale, fatto di rumori e silenzi, concitazioni e pause, sfondi turgidi e linee morbide, Venezia ci mette a dura prova e ci sfila ogni alibi dalla cassetta degli attrezzi della sopravvivenza quotidiana.

Se abbiamo resistito a Venezia possiamo farlo anche nelle mappe distopiche di una vita urbana non più ritmica. Quanto a lungo riusciamo a resistere senza più poter guardare? L’assenza di paletti ci svuota lo sfondo, ci consegna a un silenzio fatto di assenze e di mancanze. Il blocco tattile ci sottrae ogni conforto. Eppure questo sfilacciamento indefinito può offrirci uno specchio, potremmo approfittarne. La visione emerge da uno stato ricettivo.

Negli anni Settanta uno sciatore confidò a chi lo intervistava: “Quando durante la discesa libera mi accorgo che c’è il pubblico capisco che non sto vincendo”. Ecco, guardando solo il traguardo si va più veloci (il che piace agli apostoli della competitività aggressiva e muscolare), ma si perde di vista quello che sta succedendo nella realtà (il che costruirebbe una visione di sé e del resto del mondo). Fissandosi sugli obiettivi non si genera alcuna visione.

A furia di guardare finiamo per non saper più vedere. Lo stesso sistema dell’arte e della cultura sembra, a volte, imporci un messaggio. Così ci impedisce di far emergere una visione. Goffa quanto si voglia, imperfetta, soggettiva e per propria stessa natura cangiante, una visione costruita in modo quasi artigianale si muove insieme alla realtà, offre spazi aperti e maglie generose, incoraggia quel dialogo con noi stessi che ogni tanto ci fa paura. È il nostro specchio.

Michele Trimarchi

[Cultural Economist]

TI DO LA MIA PAROLA... VISIONE

[Vision - March 2020]