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Sabrina Mezzaqui

Il contributo di Sabrina Mezzaqui è basato su una successione di lettere che narrano un periodo di isolamento di tre mesi, vissuto dall’artista stessa, nell’isola di Pantelleria in un lontano inverno di una ventina d’anni fa. Ogni venerdì, a partire dal 17 aprile, la lettera presente viene sostituita con quella successiva in un andamento temporale dilatato che avrà la stessa durata dell’esperienza raccontata nelle missive.


 

Rekale, 9/12/98

 

Caro Roberto,

Che ci faccio qui?

E’ una domanda lecita, ovunque. Spesso la risposta è da tessere annodando insieme alcune coincidenze. Da tempo cullavo il sogno di vivere su un’isola, probabilmente per non perdere mai di vista il mare. Poi, in quest’ultimo anno, mentre continuavo a chiedermi come mai non riusciamo ad essere i registi della nostra vita, mi sono detta: perché no? E ho sparso la voce tra amici e conoscenti che cercavo una casetta in affitto fuori stagione su una piccola isola del Mediterraneo. Sul finire dell’estate ho iniziato a raccogliere informazioni concrete su diverse località. Nel frattempo avevo ricevuto una cartolina di Giorgina: “Per il tuo isolamento”, diceva. Al suo ritorno ci siamo sentite e lei si è offerta di parlare del mio progetto a Tiziana. Tiziana, con una generosità che mi ha commosso, ha deciso di prestarmi la sua casa. Tra l’altro la data prefissata per la mia partenza coincideva con un weekend in cui lei si trovava a Pantelleria. Sono anche riuscita, al di là di ogni aspettativa, a trovare un biglietto aereo di sola andata molto economico. E Tiziana l’ho conosciuta qui a Rekale nella sua splendida casa di cui mi ha lasciato le chiavi.

Qualche giorno fa Silvia mi diceva che l’isola in qualche modo ti chiama. E’ stato così per tutti quelli che poi si sono fermati qua. E’ un pensiero che anch’io ho avuto prima di partire: io non ho scelto Pantelleria, per me qualsiasi piccola isola andava bene; mi sono sentita come se Pantelleria avesse scelto me.

Da allora le coincidenze non hanno mai smesso di stupirmi: non so se dipendono dalla magia dell’isola o, più semplicemente, da un più alto livello di attenzione e da una maggiore disponibilità nel cogliere i significati segreti delle piccole cose.

L’altro giorno, per esempio, leggendo Il Monte Analogo mi sono emozionata nel constatare che la data di partenza della spedizione coincideva con la mia: il 10 ottobre.

Ho anche scoperto, dopo più di un mese che ero qui, che Tiziana e Francesca si conoscono da tempo, abitando a Milano nella stessa piazza: una al n° 1 e l’altra al n° 5.

E ieri sera Victoria mi chiedeva dove avrei fatto la prossima mostra. “A Brescia” ho detto vagamente. “In quale galleria?” ha insistito lei con un certo interesse. “Da Minini” ho risposto. “Da Massimo?! Ma lo conosco bene. Mia cognata lavora nella sua galleria…”.

Lina dice che tutto il mondo passa per Pantelleria, basta aspettare e, prima o poi, ci si incontra o ci si rivede.

Ma che ci faccio io qui, d’inverno? Credo sia la domanda che si pongono gli abitanti del paese quando mi vedono. Tant’è che spesso, alla fermata della corriera, capita che una persona anziana mi si avvicini e mi chieda: “Lei abita a Rekale?… Nella casa giù dabbasso? Da Tiziana?… E sta sola?… E fino a quando si ferma?…”. Credo anche che siano domande retoriche, richieste di conferme per una curiosità che già sa, fin dal giorno del mio arrivo.

Le prime settimane sono state dure, nonostante il bel tempo. Non conoscevo il posto e non conoscevo nessuno (e, non so bene perché, mi dicevo: “Devi avere pazienza: vedrai che dopo le prime 3 settimane andrà maglio.”). Mi sono sentita veramente sola. Così sola che, pur di alleviare la solitudine, i primi giorni uscivo con chiunque, anche con persone che in realtà non trovavo molto piacevoli. Lina l’altra sera mi diceva: “Se hai paura della solitudine, non devi venire a Pantelleria. Perché quest’isola ti brucia”. Sì, alcune situazioni un po’ hanno bruciato. Poi però, dopo una ventina di giorni, come avevo inspiegabilmente previsto, tutto è diventato più facile e più bello. Anche restare in casa sola di sera.

Ho chiesto alle mie nuove amiche che vivono qui se hanno mai avuto paura. Paola mi ha raccontato che una sera sentiva dei versi strani, “extra-mondo”, che la spaventavano. Ha poi scoperto essere i gechi, e comunque, anche lei, quando di notte si trova a casa sola, chiude tutto e accende la radio. Silvia invece mi ha accennato ad una notte in cui avvertiva nella casa delle strane presenze. Lina mi ha detto di una volta in cui un uomo nel buio bussava insistentemente alla sua porta e lei non sapeva che fare. Io una notte, durante la prima settimana, ho avuto veramente paura, ero in preda al panico perché mi ero convinta che ci fosse qualcuno nascosto tra i cespugli del giardino. Ho poi telefonato ad un amico che vive quotidianamente in una situazione di isolamento e gli ho chiesto: “Ma tu non hai mai paura?” e lui mi ha risposto: “No, forse perché non sono una signorina”. Lì per lì mi è sembrata una risposta ironica, ma c’ho ripensato quando in un libro (Robin Morgan, Il demone amante) ho letto:

Guardala attentamente. Attraversa una strada cittadina, destreggiandosi tra cartella da lavoro e borsa della spesa. Oppure percorre una strada polverosa, tenendo una cesta in bilico sul capo. O si affretta verso l’automobile parcheggiata, tirandosi dietro un bambino. O torna dai campi con un neonato legato alla schiena. All’improvviso un rumore di passi alle sue spalle. Pesanti, rapidi. Passi maschili. Lei lo sa subito, come sa che non deve guardarsi attorno. Il cuore le batte più in fretta. Accelera. Ha paura. Potrebbe essere uno stupratore. Potrebbe essere un soldato, un molestatore, un rapinatore, un assassino. Potrebbe non essere niente di tutto questo. Potrebbe essere un uomo che ha fretta. Potrebbe essere un uomo che va al suo passo normale. Ma lei ha paura di lui. Ha paura di lui perché è un uomo. Ha ragione ad avere paura. La sua reazione è diversa – in una via cittadina, su una strada sterrata, in un parcheggio o nei campi – se alle sue spalle sente un passo di donna. E’ del passo dell’uomo che ha paura. Questo momento la accomuna con ogni altro essere umano di sesso femminile.

Un altro amico per telefono, sempre in quei primi giorni, mi ha detto: “Tu vuoi ricordarti di essere una donna solo quando pare a te!”. Mi sono ritrovata a pensare che qui invece difficilmente mi succede di dimenticare di essere una donna. Anche se solitamente si va in giro vestite come capita, sempre in pantaloni, un po’ spettinate, mai truccate. Noto però con piacere le rare volte in cui le mie amiche mettono il rossetto, come Paola che un giorno aveva le labbra bordò come il suo maglione. O la sorpresa, in sauna, nel vedere le unghie dei piedi di Silvia smaltate di rosso. C’è qualcosa nella frivolezza femminile che alleggerisce la vita, qualcosa di piacevolmente gratuito e spensierato.

Mi piace ascoltare le storie che mi raccontano le persone, sentire i motivi per cui sono venute qui. Pare soprattutto per fuggire a delusioni d’amore. E molti sono rimasti perché si sono innamorati dell’isola, e tutti dicono proprio così: “E poi mi sono innamorata/o dell’isola”.

Che ci faccio qui, dunque?

Ho provato a realizzare un desiderio (uno di quei desideri che solitamente lasciamo cadere con le stelle). A volte non è così facile e piacevole, ma la strada dei più alti desideri passa spesso per l’indesiderabile (René Daumal). Sento però di essermi concessa qualcosa che mi dovevo, sento che si stanno aprendo delle porte (d’entrata o d’uscita?) che nemmeno consideravo.

L’altro giorno al mercato ho comprato un carillon. E’ una scatola molto kitsch, a forma di cuore, con dentro una ballerina che, su una gamba sola, danza sulle note di un romantico motivetto. Sul coperchio della scatola-cuore c’è scritto: Cupid – from the bottom of one’s heart (dal profondo del proprio cuore, credo). Carico il carillon, apro la scatola e ascolto la musica che si ripete, si ripete e si ripete ancora, come fosse la colonna sonora delle mie giornate, qui.

Un abbraccio forte

 

Sabrina 

Sabrina Mezzaqui

[Artist]

WORK

L'ombra delle cose (Lettere da Pantelleria, Ottobre 1998 - Gennaio 1999) - Ed. L'Obliquo

TI DO LA MIA PAROLA… ABITARE

[Living]